In questa sezione del sito segnaliamo notizie, eventi, prese di posizione, dibattiti che si prestano a un commento alla luce di alcuni concetti significativi della psicologia clinica e della riflessione psicodinamica.

Di volta in volta, inviteremo anche alcuni colleghi a indicare argomenti di interesse o a intervenire con le loro riflessioni.

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  • “LA VERITA’ MI FA BENE, LO SAI” (Caterina Caselli, modified)
    a cura della redazione,
    10 febbraio 2020

     
  • Mentalizzare sul campo di calcio

    a cura della redazione,
    30 gennaio 20

     

“LA VERITA’ MI FA BENE, LO SAI” (Caterina Caselli, modified)

a cura della redazione, 10 febbraio 2020

Le fake news sono di moda. Anzi, tra i personaggi che popolano il mondo dei media, sono addirittura un must: se qualcuno non diffonde frottole su di te, non sei nessuno! Come accade per tutte le mode, probabilmente l’unica cosa da fare è aspettare che passi. Ben diverso è il caso in cui la notizia falsa è una comunicazione ufficiale diffusa da chiunque detenga un potere, grande o piccolo, e lo eserciti su un numero, piccolo o grande, di suoi simili: per intenderci, da un genitore a un capo di un governo. Nel Rigoletto verdiano si afferma che “coi fanciulli e coi dementi spesso giova il simular”. E qui la cosa si complica. Possiamo immaginare che un genitore inganni un figlio per il suo bene, sostituendo il proprio giudizio al suo, ancora immaturo. Ma l’adulto che inganna altri adulti? Il capo di governo che mente sapendo di mentire tratta da “dementi” i cittadini e li espropria della possibilità di farsi un’idea (e comportarsi di conseguenza). E quindi di esercitare il diritto al consenso/dissenso informato, che non dovrebbe valere solo quando ci chiedono di firmare un modulo che dichiara che il mezzo di contrasto che ci inietteranno per un esame radiologico potrebbe esserci letale. Fra i due estremi – il genitore e il capo di stato – vi sono tanti detentori di potere che possono mentire per le più svariate ragioni: l’allenatore della squadra di calcio giovanile che mette sempre in squadra il figlio dello sponsor che paga le magliette dicendo che “non è veloce ma ha senso del gioco”; il politico di piccolo cabotaggio che porta l’amante in missione all’estero, spesata di tutto, spacciandola per interprete; il critico letterario che loda il romanzo modestissimo del collega che poi, su un altro quotidiano, loderà il suo altrettanto modesto libro di poesie; e così via. Per fortuna molti dicono la verità e dunque molti continuano a fidarsi. Finché si incrociano e si rinforzano reciprocamente, sui giornali e in tivù, due menzogne ad altissimo livello, e allora di nuovo ci chiediamo a chi possiamo credere e cosa possiamo fare contro l’impudenza di questi imbrogli. Come sapete, a metà gennaio le autorità politico-religiose iraniane hanno mentito sull’abbattimento dell’aereo ucraino, finché non è stato più possibile tacere la verità. A quel punto a Teheran vi sono state manifestazioni antigovernative dirette, implicitamente, anche contro la disinformazione di regime. Dall’altra parte del mondo, il presidente degli Stati Uniti ha affermato che i missili iraniani sparati per ritorsione dopo l’uccisione di Soleimani erano andati tutti a vuoto, ed è stato il sito indipendente Defence One a rivelare che avevano invece ferito gravemente undici soldati americani. Pare che né il pubblico iraniano né quello statunitense abbiano apprezzato. La rivendicazione del diritto di sapere la verità porta con sé la sfiducia nell’autorità che ha mentito. È questo che dovrebbe spaventare chi detiene il potere: il fatto che la dinamica delle ragioni nascoste dietro la menzogna rischia di essere svelata e così anche le certezze create dalle false informazioni si sgretolano. La stessa granitica dicotomia tra chi ha ragione e chi ha torto, tra gli amici e i nemici, viene messa in dubbio. Leggiamo, per esempio, che alcuni studenti iraniani hanno bruciato le immagini di Soleimani, anziché le bandiere USA come al solito. Il discorso è complesso perché mette in gioco uno dei concetti fondamentali dell’epistemologia, per cui la verità è costruita attraverso la concorrenza delle informazioni che derivano da più fonti e delle valutazioni che sono effettuate da più soggetti, disponibili a metterle in comune e a confrontarle. In altri termini, è “vero” ciò che è condiviso intersoggettivamente. Quindi la verità è un punto di arrivo, non di partenza: il prodotto di un processo, non un apriori. Ed è dialettica, ossia contempera più punti di vista, partecipa di più prospettive, a volte anche contrastanti. Un contrasto che va gestito mediante il paragone tra le differenze e non l’annullamento di una di queste. I giovani iraniani indignati per l’inganno delle autorità e che vogliono sapere (ma anche i giornalisti indipendenti americani) si costituiscono come terzo (incomodo, per chi ha il potere) tra due nemici istituzionali. Serpeggia il dissenso, ma soprattutto il dubbio che le ragioni e i torti dell’uno non siano assoluti, così come non lo sono le ragioni e i torti dell’altro. Forse alcuni giudizi vanno riformulati e con essi rinegoziati consensi, favori, scelte di campo. Soprattutto, può costruirsi un sentiment comune che cominci a indicare nella dinamica delle azioni e delle reazioni, degli attacchi e dei contrattacchi una sequenza di comportamenti che cristallizza il conflitto anziché favorire possibili soluzioni e consentirne il superamento. Il motore di questa nuova prospettiva è uno stile cognitivo definito “ricerca attiva” e che i teorici dell’attaccamento connettono a una certa sicurezza dell’attaccamento. Si tratta, in sostanza, di assumere una posizione che evita la tentazione del rifiuto acritico, così come dell’accettazione passiva, di fronte a informazioni dubbie, a dati inaspettati, a assolutismi sospetti. La ricerca attiva coincide con la voglia di sapere sempre di più e di non sapere da soli, perché quanto più si sa “insieme” tanto più le semplificazioni, le dicotomie indiscutibili, i pregiudizi binari perdono vigore. Si corregge così, almeno un poco, la precarietà dei pensieri e degli affetti che caratterizza l’umana esistenza e che non deve essere incrementata da nuovi inganni. Anche maneggiare questa mole di notizie (oggi si chiamano big data) solleva problemi non da poco. Ma di questi parleremo in un altro post, perché anche la democrazia delle conoscenze presenta, ahimè, alcuni conti da pagare.

 

Per approfondire

  1. Tagliapietra (a cura di) (2019), Immanuel Kant – Bisogna sempre dire la verità?. Raffaello Cortina, Milano.
  2. Ziccardi (2019), Tecnologie per il potere. Raffaello Cortina, Milano.
  3. Benjamin (2019), Il riconoscimento reciproco. L’intersoggettività e il terzo. Tr. it. Raffaello Cortina, Milano, 2019.

 

Mentalizzare sul campo di calcio

a cura della redazione, 30 gennaio 2020

Durante una partita del campionato di calcio femminile giordano, una giocatrice dell’Amman Club, dopo un contrasto, perde l’hijab, il tradizionale velo islamico usato dalle donne per coprirsi il capo e autorizzato dalla FIFA. A quel punto, le avversarie del Shabab al-Ordon, che giocano invece a capo scoperto, anziché sfruttare la condizione di superiorità numerica, fermano la partita e si stringono attorno alla giocatrice facendole scudo con il proprio corpo per permetterle di risistemare i capelli sotto il velo. L’episodio è dello scorso anno, ma per i misteriosi meccanismi che regolano la diffusione delle notizie in rete, è diventato virale a partire dall’ottobre 2019.

Che cosa c’entra la mentalizzazione? Secondo questo concetto, ormai anch’esso virale fra gli psicologi, tutti noi mentalizziamo quando diventiamo consapevoli dei nostri stati mentali e di quelli degli altri. Per usare uno slogan che ha avuto fortuna, mentalizzare significa “tenere a mente la mente” (keep mind in mind).

Le giovani calciatrici hanno dato una prova efficace di questa capacità quando hanno letto il disagio della loro compagna assumendo come criterio di giudizio lo stato mentale di quest’ultima e non il proprio, di ragazze vestite all’occidentale e senza la preoccupazione di coprire il capo. In altri termini, anche se in una situazione analoga non avrebbero provato imbarazzo e vergogna, hanno compreso questi sentimenti per loro estranei e si sono comportate di conseguenza.

È interessante che le ricerche riconducano alcuni specifici quadri psicopatologici a un deficit della mentalizzazione: in particolare, i disturbi borderline e antisociale di personalità sembrano esemplificare il fallimento della costruzione della capacità di mentalizzare durante il percorso di sviluppo, dall’infanzia all’età adulta. Da cui la disregolazione emotiva, l’impulsività e numerosi comportamenti distruttivi. Il recupero di un’accettabile relazione con se stessi e con gli altri sarebbe quindi legato anche alla possibilità di imparare, con adeguati interventi psicologici e prima che sia troppo tardi, a “tenere a mente la mente”.

La generosità delle calciatrici giordane ha catturato la nostra attenzione perché in questi tempi è sempre più raro vedere comportamenti individuali e collettivi spontanei e organizzati a partire dagli stati mentali di coloro ai quali sono rivolti. Si tratta, insomma, di tenere a mente la mente degli altri, cogliendone la sostanza attraverso un meccanismo di identificazione controllata. Niente di diverso dal vecchio “mettersi nei panni altrui” che se viene dimenticato o addirittura sconsigliato dalla cultura vigente finisce per corroborare la fisionomia arcigna di una società impietosa e profittatrice, nella quale non è bello giocare a calcio e nemmeno vivere.

Per approfondire

Allen, J.C., Fonagy, P., Bateman, A.W. (2008), La mentalizzazione nella pratica clinica. Tr. it. Raffaello Cortina, Milano, 2010.

Bateman, A., Fonagy, P. (2016), Mentalizzazione e disturbi di personalità. Tr. it. Raffaello Cortina, Milano, 2019.

Jurist, E.L. (2018), Tenere a mente le emozioni. Tr.it. Raffaello Cortina, Milano.

Liverta Sempio, O., Marchetti, A. et al. (2005), Mentalizzazione e competenza sociale. Franco Angeli, Milano.